28/04/2020

Le lotte del movimento femminista, in particolare dello scorso secolo, ci avevano lasciato il patrimonio di valori ritenuti universali come pace, giustizia e libertà per tutte e tutti, nella convinzione che potessero avere lo stesso significato per coloro a cui questi preziosi diritti erano attribuiti. La storia poi ci ha insegnato che non sempre è così. La parola pace non ha lo stesso sapore per un bambino israeliano o palestinese, e la giustizia non ha lo stesso peso per un uomo bianco o nero. E la libertà non ha lo stesso valore per un uomo o per una donna.
Tutto dipende non da un preteso diritto originario, ma dalla elaborazione di rapporti di forza che ha stabilito chi era portatore di quei diritti e chi non, e non ha mai riconosciuto agli esseri umani in quanto tali un diritto originario di attribuzione universale di tali prerogative. Poteri economici, decisori politici hanno costruito concetti come genere, classe, razza ed hanno diviso gli oppressi con l’intento di ridurre la loro forza. Opporre un genere all’altro, una classe contro l’altra e stabilire la superiorità di una “razza” all’altra, ha permesso di tenere sempre vivo l’immaginario del nemico contro cui tutte/i devono lottare. Ma le divisioni che fino a ieri hanno riempito di (vuoti) significati le nostre vite forse in occasione dell’emergenza legata alla pandemia da coronavirus possono trovare un significato diverso perché, al di là delle differenze, combattiamo tutte/i contro un unico nemico. Potrebbe essere l’occasione preziosa di superare anche la stessa logica di guerra con cui nei primi giorni si indicavano tutte le attività per contrastare gli effetti letali del virus, perché la guerra evoca campi di battaglia, sangue, poteri che si scontrano per sottrarre beni e ricchezze ad un altro paese. Questa che viviamo oggi non è una guerra ma è il diritto di tutte/i alla vita, ad una vita sicura perché, mai come oggi, o è sicura per tutte/i o non lo è.
La storia ci insegna che le armi che i poteri oppressori hanno sempre utilizzato per controllare le popolazioni sono state quelle della differenza, dividi et impera era il motto latino. Si procede così a classificare le persone e ad attribuirgli diritti, doveri e “ruoli”, in base al genere, o secondo la classe socio-economica di appartenenza, e poi secondo il colore della pelle. La politica della divisione, del costruire diritti in opposizione con quelli degli altri, la libertà di uno che limita e nega la libertà di cento, ha di fatto portato ad un mondo di sfruttamento, di impoverimento generale che in questi giorni drammatici ha mostrato tutta la sua fragilità.
Di tutto questo una parte significativa dell’universo femminile ha una lunga esperienza non solo di sottomissione ma soprattutto di lotta e libertà, di conquiste di spazi di crescita e sviluppo proprio perché donne. La prima divisione è stata quella di genere, uomini al potere perché portatori di una forza fisica che si tramutava in potere politico, che non hanno perduto o messo in discussione neanche quando lo sviluppo tecnologico ha messo in secondo piano la forza fisica sostituita dalle macchine (Bourdieu P., Il dominio maschile, Universale Economica Feltrinelli, Milano 1988). Le norme ed i diritti di tutti i paesi non hanno ancora colmato quel divario di genere da cui da anni (e forse è il caso di cominciare a parlare di secoli), parte delle donne che non si riconoscono in quei valori di potere, domini e sopraffazione hanno cercato di opporre uno sguardo diverso, di lottare e contrastare una visione del mondo guidata dallo sfruttamento e dalla sopraffazione. Eppure, senza potere nelle sfere dei decisori, le donne hanno saputo conquistare spazi di libertà e di espansione individuale e collettiva.
Numerose sono le voci che hanno indicato come gli Stati che hanno reagito prima e meglio alle emergenze della recente pandemia sono quelli a guida femminile (la rivista FORBES ha pubblicato un articolo a firma A. Wittemberg-Cox il 13/4/2020, che dimostra come gli Stati di Germania, Taiwan, Islanda, Nuova Zelanda, Finlandia, Norvegia e Danimarca hanno saputo reagire prima e meglio ed adottare gli strumenti e prendere le decisioni necessarie al contenimento della pandemia). Non hanno fatto semplicemente “meglio degli uomini”, non c’erano modelli a cui ispirarsi, ma guidate da quattro parole chiave – verità, risolutezza, tecnologia e cura – hanno fatto bene. E questo ha significato minore perdita di vite umane, meno carichi di spesa per i servizi sanitari e soprattutto poter ripartire prima con le attività produttive riducendo quindi la perdita economica. Tutto questo non nasce per caso. Fa parte proprio di quella storia delle donne che, nel corso degli anni, hanno affinato abilità e competenze che si sono rivelate utili alla attuale fase. Prima di tutto perché il virus è un nemico invisibile e le donne sanno bene come si combatte contro una sì fattispecie di avversari. Le donne hanno dovuto combattere contro il pregiudizio, l’esclusione, la sottomissione, nemici impalpabili e per questo insidiosi in cui non è il confronto corporeo, non è la prevaricazione del forte sul debole che vince, ma la capacità dell’anima di leggere attraverso quel pregiudizio per svuotarlo di senso e significato.
Sì, le donne sono brave nel lavoro di cura e questa è la loro arma vincente. Martha Nussabum (Nussbaum M. C., Giustizia sociale e dignità umana, Il Mulino, Bologna 2002), la grande filosofa americana, ha in pagine straordinarie evidenziato come il prendersi cura degli altri aiuta i soggetti a prendersi cura di sé stessi e tornare quindi a dedicarsi agli altri con una capacità in più. Le donne da sempre hanno uno sguardo che parte dalla cura dei loro figli per diventare un assunto universale, come avrebbe dovuto essere. Allora la cura diventa cura dell’ambiente, cura del cibo, cura della mente. Un esempio sono le donne che anche in Italia hanno abbracciato e diffuso le culture agricole rispettose dell’ambiente (Solidarius Italia, Utopia in cantiere, Pioda imaging edizioni, Roma, 2018), e sono uscite dai confini dell’azienda per abbracciare la cura ed il rispetto di tutto il territorio in cui si trovavano ad operare. Perché salvare e riproporre le culture originarie significa salvare la propria storia e diffondere la cultura che è il vero cibo della mente. Perché i figli, non solo i loro figli, hanno bisogno di cibo ma hanno bisogno anche di alimentare la propria mente ed attraverso la mente il proprio cuore. Per questo il mondo dei sentimenti non è stato mai disgiunto dal mondo degli affari, ma anzi di quei sentimenti l’attività delle donne si è nutrita e ne ha fatto un’arma di successo. Per tanto le parole chiave che hanno guidato il loro agire non erano sfruttamento incondizionato (di persone, risorse e territori), impoverimento di tanti per ricchezza di pochi, ma salute benessere e prospettive di sviluppo per i la maggior parte.
In questi giorni assistiamo ad un capovolgimento di paradigmi che mai ci saremmo aspettate. Dopo millenni il “sesso forte” diventa quello femminile perché più resistente al virus tanto da ipotizzare, nella fase di ripresa, che le donne prima degli uomini potranno tornare al lavoro presso le sedi ufficiali. Sono sempre in gran parte donne le migliaia di insegnanti, in misura maggiore rispetto agli uomini, e hanno saputo in brevissimo tempo rimodulare l’attività dell’insegnamento e passare dalla presenza in aula alla trasmissione digitale reinventando metodi di dialogo e trasmissione di saperi con i propri alunni. Sono ancora le donne, da sempre in numero maggiore rispetto ai colleghi dell’altro sesso [Delivered by Women, Led by Men: A Gender and Equity Analysis of the Global Health and Social Workforce in “Human Resources for Health Observer Series No. 24”, WHO 2019. Il WHO stima che nel mondo la percentuale di donne impegnate nei servizi socio sanitari si attesta intorno al 70%, mentre in Italia rappresentano i 2/3 del totale degli impiegati (ISTAT 2019). Sabbadini L.L., Le donne, anche se “meno colpite direttamente dal coronavirus, corrono un maggior rischio di isolamento”, in Direoggionline, 28/03/20205], ad essere impegnate nelle professioni di assistenza, sono dottoresse, infermiere, assistenti a vario titolo, che sono state in trincea negli ospedali con i malati. Al contrario, in questo momento professioni a forte impronta maschile contano il numero maggiore di professionisti obbligati a lavorare nelle case, a distanza dai luoghi di lavoro, a vivere quindi in quella casa unico regno femminile fino a ieri, e forse hanno imparato a prendersi cura dei figli, quella cura a cui si sono sempre sottratti. Eppure, anche a ruoli invertiti le donne hanno saputo tenere alto il livello delle prestazioni che veniva loro richiesto. Non dimentichiamo che sono tre donne italiane che per prime hanno saputo isolare ed identificare il virus a vantaggio di tutte/i.
Noi, le donne, non vogliamo tornare alla normalità perché è la “normalità” che ha creato la pandemia come le scelte di decisori miopi hanno creato le difficoltà che sono state incontrate per far fronte alla nuova emergenza. Tra le quali una sanità deprivata degli strumenti necessari per assolvere al suo scopo principale che è quello di garantire salute e vita per tutte/i e non ricchezza per pochi. Con personale sfruttato e sottopagato che, nonostante le perdite a cui negli ultimi decenni è stato sottoposto, non ha dimenticato il senso del dovere e non si è tirato indietro nel momento dell’emergenza. Non sono eroi, quelli stanno nei libri di storia scritti dagli uomini per altri uomini, sono professionisti e professioniste che sanno qual è il loro compito.
In questo momento emerge sempre più evidente l’incompletezza di un mondo in cui è visibile solo il lavoro degli uomini, dimenticando l’immenso bagaglio di capacità, competenze e professionalità di cui le donne sono portatrici, che non si può improvvisare ma che abbiamo a disposizione. Forse questa è un’occasione d’oro per far sì che quelle parole, pace giustizia, libertà, possano acquisire quel carattere universale che finora è mancato, cominciando a costruire una società più equa in cui possano trovare spazio i saperi e le competenze di donne e uomini. Fin dall’inizio della pandemia abbiamo visto solo conferenze stampa di rappresentanti politici, esperti vari, sempre e solo uomini. Il Presidente del Consiglio ha individuato 17 esperti, rappresentanti di discipline varie, che dovranno tracciare le linee per una ripresa: fra di loro solo quattro sono donne. Diversamente il responsabile della Protezione civile, nel nominare un gruppo di esperti che lo affiancano nello svolgimento del lavoro, ha nominato una commissione di 20 tecnici dove non figura neanche una donna. E al di là dei loro meriti, dimostrati in ambiti vari, scientifici e non, l’assenza delle donne è evidente in ogni momento pubblico, fanno eccezione le voci delle ministre. Mari Matsuda (Bello B.G., Diritto e genere visti dal margine: spunti per un dibattito sull’approccio intersezionale al diritto antidiscriminatorio in Italia, in “Diritto e questioni Pubbliche”, Palermo, 2015), avvocata a difesa dei diritti civili, ogni volta che ci si trova in una situazione in cui vengono prodotte norme, decisioni politiche ed anche in occasione della loro valutazione, per mettere in luce le falle che ancora perdurano di un mai superato sistema patriarcale, invita a porsi questa domanda “Chi manca in questa stanza e perché non è qui?”
Chi manca lo sappiamo ma il perché è ancora un mistero.
Stefania Pizzonia
Presidente Associazione LeNove – studi e ricerche